Alla fine di un lungo sentiero calcareo, Cala Goloritzé compare quasi all’improvviso, come se la montagna aprisse una porta sul mare. La spiaggia è piccola, ma il vero spettacolo si alza alle sue spalle: l’Aguglia, un pinnacolo di pietra alto 143 metri che gli arrampicatori osservano con rispetto quasi religioso.
Le barche devono fermarsi al largo e questo cambia completamente l’arrivo. Gli ultimi metri si fanno nuotando, mentre sotto la superficie i ciottoli passano dall’avorio al grigio scuro. In pochi ricordano che questa cala non esisteva prima del 1962. Una frana modellò la spiaggia che oggi tutti fotografano. Come sia diventata una delle cale più protette della Sardegna è una storia che merita di essere esplorata nella pagina completa oggi.
Tra pareti di calcare chiarissimo si apre Cala Mariolu, una spiaggia che sorprende chi la vede per la prima volta. Da lontano sembra sabbia bianca. Da vicino si scopre che il suolo è formato quasi solo da minuscoli ciottoli levigati chiamati “pùligi de nie”, pulci di neve nel dialetto locale. Scivolano sotto i piedi come chicchi di riso. Il nome della cala nasce però da un’accusa: i pescatori chiamavano mariolu, ladro, la foca monaca che rubava il pesce dalle reti. L’animale è scomparso, ma il soprannome è rimasto.
Osservando le scogliere si notano grotte scavate dalle mareggiate invernali. Alcune si raggiungono soltanto nuotando. Capire perché questo posto sia diventato uno dei luoghi più fotografati del Mediterraneo richiede uno sguardo più attento.
Tra le alte pareti del Golfo di Orosei, Cala Biriola appare solo all’ultimo momento. Dal mare si distingue per una tonalità insolita: vicino alla riva l’acqua diventa verde smeraldo per via della sabbia chiarissima sul fondale. All’estremità nord un arco naturale di roccia incornicia la cala come una porta. I barcaioli rallentano spesso qui e indicano piccole cavità scure nella falesia. Alcune di queste cavità offrono uno dei punti migliori per osservare. le sfumature smeraldo dell’acqua, create dalla sabbia chiarissima che ricopre il fondale.
La spiaggia è raccolta, quasi discreta, ma la sua posizione tra mare aperto e pareti verticali crea una prospettiva inattesa sul golfo.
Dove il canyon della Codula di Sisine incontra il mare, il paesaggio cambia improvvisamente scala. Dopo chilometri di valle selvaggia, il letto del torrente si apre in una spiaggia ampia coperta di pietre chiare e circondata da alte falesie. Molti escursionisti arrivano qui dopo ore di cammino e restano sorpresi dalle dimensioni della riva, insolite per il Golfo di Orosei. Alle spalle della spiaggia la gola continua verso l’interno.
Per secoli è stata una via naturale per i pastori che spostavano le greggi tra montagna e costa. Dopo le piene invernali il legno trascinato dall’acqua si accumula sulla riva creando forme sempre diverse. Per capire questo incontro tra canyon e mare conviene esplorarla di persona; intanto scopri perché è una delle più sorprendenti tra le Orosei spiagge nella pagina dedicata alla sua storia completa.
Poche spiagge in Sardegna iniziano con una grotta. Cala Luna sì. Lungo il lato nord della riva si aprono nei secoli dall’acqua dolce che scende dalle montagne retrostanti. Al mattino la luce entra dentro queste grotte come un riflettore naturale e rivela strati di calcare e vecchi nidi di rondine sulle pareti alte.
La spiaggia è più ampia rispetto a molte altre tra le Orosei spiagge, anche perché qui sfocia un piccolo corso d’acqua stagionale. I kayak spesso si avvicinano alle scogliere per cercare altre aperture nascoste tra le ombre. Il luogo è apparso in film e spedizioni scientifiche, ma la vera storia geologica di questo anfiteatro naturale si scopre davvero solo . Intanto puoi continuare il racconto nella pagina dedicata.

























